La terapia insulinica con diabete 2: iniezioni, regole tecniche ed effetti collaterali
Non raramente e sempre più spesso una delle primarie scelte nella terapia farmacologica diabete 2, oltre chiaramente il ricorso agli ipoglicemizzanti orali, verte sul ricorso all’insulina andando così ad incidere in modo diretto sui livelli glicemici nel sangue lì dove – in alcuni soggetti – non solo si manifesta una insulino-resistenza per la captazione glucidica quanto soprattutto una sorta d’insofferenza di secrezione dell’ormone le cui concentrazioni ematiche rilasciate da parte delle cellule Beta della isole del Langherans (Pancreas) confermano l’instaurazione di uno stato iposecernente.
Il ricorso alla terapia insulinica del diabete 2, spesso visionato come una sorta di fallimento del percorso terapeutico basato su timing dell’attività fisica, modellamento del regime alimentare e stimolazione delle funzionalità biochimiche e fisiologiche a livello cellulare, in realtà si sta confermando una scelta dovuta e dagli ottimi outcomes terapeutici per incrementare la qualità e l’efficacia del follow up di monitoraggio glicemico con notevole riduzione dei rischi cardiovascolari, renali e nervosi legati alle patologia come evoluzioni e cronicizzazioni. Purtroppo per i pazienti, l’instaurazione di una terapia farmacologica di questo genere, sia rispetto al percorso avviato inizialmente dopo la diagnosi diabetica ed a causa dell’educazione e delle abitudini maturate nel tempo – diverse da quelle dei soggetti affetti da diabete 1 insulino-dipendenti costretti a convivere con tale metodologia sin dalla nascita o da giovane età – risulta ostico e complesso sia per le tempistiche che per le modalità.
Il primo dettaglio da comprendere risiede nelle differenze di assimilazione e biodisponibilità del farmaco insulinico rispetto, ad esempio, proprio agli ipoglicemizzanti orali per i quali si dispone di specifici enzimi di degradazione assenti per l’ormone da dover quindi assimilare per via non gastro-intestinali come per l’appunto la somministrazione sottocutanea: una scelta obbligata anche per le tempistiche di rilascio, proprie dei processi di farmacocinetica, in modo da garantire una celere presenza d’insulina nel flusso ematico – con la massima biodisponibilità possibile – in prossimità dei pasti, riducendo così il tasso e la curva glicemica pronta a salire come oramai chiaro dall’evoluzione patologica nel controllo glicemico autonomo.
Anche per i pazienti affetti da diabete 2 vengono seguite le medesime regole di somministrazione sottocutanea, potendo attingere alle medesime aree corporee come addome, braccia, cosce e/o glutei: a prescindere alla zona che scelta, è importante tenere presente come irregolarità cutanee come cicatrici e bruciature – per citare due esempi pratici – possono manifestare alterazioni cellulari con ritardi o la scarsa assimilazione dell’ormone inducendovi all’iperglicemica per mancata riduzione del glucosio (pur essendo convinti di una corretta somministrazione).
La somministrazione d’insulina va eseguita effettuando un rapido controllo – basta un pizzico – e segnalando quotidianamente le zone nelle quali si eseguono le iniezioni sottocutanee, prestando attenzione a cambiare sempre l’ago per una questione di riduzione del trauma e igienica, in modo da stabilire una tabella di rotazione il cui scopo principale, oltre che assicurare la corretta assimilazione nel tempo, risiede nell’evitare la comparsa di lipodistrofie divise in lipoipertrofie, ovvero generazione anomala di noduli a grandezza variabili nello strato sottocutaneo, e lipoatrofie, con una demarcate ritrazione tissutale a causa della distruzione delle cellule adipose nell’area d’interesse.
Autore: ciro


Lascia un commento!